Diesel, il conto più salato d’Europa per gli italiani

Sofia Esposito

Una fiscalità che ribalta la classifica dei prezzi

Nel panorama europeo dei carburanti, l’Italia si colloca stabilmente tra i Paesi più costosi per il diesel. Il paradosso è che il prezzo “industriale” del gasolio nazionale è tra i più bassi del continente; a far lievitare il costo finale alla pompa è soprattutto il peso di accise e IVA, che trasformano un vantaggio competitivo in una penalizzazione per automobilisti e imprese.

L’effetto del riallineamento delle accise

Con l’avvio del nuovo anno è entrato in vigore il riallineamento delle accise sui carburanti: per il diesel l’impatto è stato un aumento di 4,05 centesimi di euro al litro, mentre la benzina ha beneficiato di una riduzione di pari entità. La misura, pensata per armonizzare il prelievo, incide però in modo asimmetrico sui consumi, considerando che in Italia il gasolio resta il carburante più utilizzato.

Quanto incidono tasse e imposte sul prezzo finale

Secondo i dati aggiornati a inizio 2026, la componente fiscale pesa in Italia per circa il 59% del prezzo del diesel. Su un prezzo medio di 1,644 euro al litro, ben 0,969 euro sono riconducibili a accise e IVA. Nessun altro Paese dell’Unione registra un’incidenza così elevata, né in termini percentuali né assoluti.

Il paradosso del prezzo industriale

Se si sottraggono imposte e tributi, il gasolio italiano risulta il terzo più economico in Europa. È l’intervento del fisco a capovolgere la graduatoria: l’Italia scivola in fondo alla classifica dei prezzi alla pompa proprio per effetto di una pressione fiscale superiore alla media UE. In altri termini, il problema non è il costo della materia prima o della filiera, ma il carico tributario.

Il confronto con gli altri Paesi europei

Guardando alle percentuali di incidenza fiscale, subito dopo l’Italia si collocano Slovenia (58%), Belgio, Francia e Irlanda (55%), mentre Germania si attesta intorno al 54%. Nei Paesi dove il rifornimento è relativamente più conveniente, come Spagna e Svezia, la quota di tasse scende fino al 45% del prezzo finale.

Il costo annuo per chi guida

La differenza emerge con chiarezza considerando un utilizzo standard. Percorrere 10.000 chilometri con un’auto diesel comporta per un automobilista italiano un esborso di 533 euro tra accise e IVA. In Germania la cifra si riduce a 494 euro, in Francia a 480 euro. Ancora più marcato il divario con Svezia (364 euro) e Spagna (341 euro), dove il prelievo fiscale è fino al 36% più basso rispetto all’Italia.

Benzina: una riduzione che non compensa

Il riallineamento ha favorito la benzina, il cui prezzo medio si colloca a 1,654 euro al litro, con 0,971 euro di tasse e imposte, pari anch’esse a circa 59% del totale. In questo caso l’Italia non è al vertice della classifica dei rincari, ma resta comunque tra i Paesi con la pressione fiscale più elevata. L’effetto complessivo, tuttavia, penalizza soprattutto chi utilizza il diesel, maggioritario nel parco circolante nazionale.

Impatto su famiglie e sistema produttivo

Il peso fiscale sui carburanti si riflette non solo sui bilanci familiari, ma anche sui costi di trasporto e sulla competitività delle imprese. Autotrasporto, logistica e filiere industriali subiscono un aggravio che, nel medio periodo, può tradursi in prezzi più alti per beni e servizi. È un fattore strutturale che distingue l’Italia dal resto d’Europa e alimenta il dibattito su una possibile revisione della tassazione energetica.