Campari tra tregua fiscale e sfida della fiducia in Borsa

Giulia Conti

Fine del contenzioso e ritorno al controllo strategico

La vicenda fiscale che ha coinvolto Campari si è chiusa con un passaggio decisivo: il dissequestro delle azioni detenute da Lagfin, la holding lussemburghese della famiglia Garavoglia, per un valore di circa 1,3 miliardi di euro. L’accordo con Agenzia delle Entrate ha previsto il pagamento di 405 milioni di euro, diluiti in più rate, a saldo della contestazione sull’exit tax legata al trasferimento all’estero degli asset nel 2019. Con la rimozione dei vincoli giudiziari, Luca Garavoglia ha recuperato la piena disponibilità del pacchetto di controllo, pari a poco più del 51% del capitale.

Il titolo resta debole nonostante lo sblocco

La normalizzazione sul fronte fiscale non ha però prodotto un immediato recupero del titolo a Piazza Affari. Le azioni Campari gravitano attorno a 5,5 euro, ben lontane dai 12 euro raggiunti nell’estate 2023. La capitalizzazione di mercato è scesa sotto i 7 miliardi di euro, in controtendenza rispetto all’andamento complessivo del listino italiano, che negli ultimi due anni ha registrato una delle fasi più dinamiche degli ultimi decenni.

Un settore sotto pressione a livello globale

La debolezza borsistica non riguarda soltanto Campari. L’intero comparto dei grandi produttori di spirits vive una fase di ridimensionamento delle valutazioni. Diageo, oggi capitalizzata circa 35 miliardi di sterline, ha dimezzato il proprio valore in cinque anni. Rémy Cointreau ha perso circa il 75%, mentre Pernod Ricard registra un calo superiore al 50%. Il rallentamento dei ricavi dopo il rimbalzo post-pandemia e una crescita meno brillante hanno raffreddato l’interesse degli investitori.

Margini solidi ma leva finanziaria elevata

Dal punto di vista operativo, i numeri restano robusti. I margini operativi si collocano intorno al 28% per Diageo, al 26% per Pernod e al 20% per Campari. Non sono quindi i profitti a giustificare la penalizzazione in Borsa, quanto piuttosto la struttura finanziaria. Le grandi acquisizioni degli ultimi anni hanno spinto la leva a livelli elevati: per Campari il debito netto è passato da 831 milioni di euro nel 2021 a oltre 2,3 miliardi nel 2024, con un rapporto debito/EBITDA salito da 1,6 a 3,2 volte. Parallelamente, i flussi di cassa si sono indeboliti rispetto ai picchi del periodo post-Covid.

Le acquisizioni e il peso sul bilancio

La strategia espansiva, accelerata sotto la guida di Bob Kunze-Concewitz, ha comportato investimenti per oltre 5 miliardi di euro, mirati a rafforzare la presenza in segmenti come tequila e whisky, affiancando i marchi storici Aperol, Campari e Crodino, che rappresentano ancora oltre il 40% del fatturato. L’aumento dei ricavi non è però bastato a compensare l’impatto del debito in una fase di crescita più lenta dei consumi globali.

Razionalizzazione del portafoglio e nuove priorità

Con l’arrivo del nuovo amministratore delegato Simon Hunt all’inizio del 2025, il gruppo ha avviato un cambio di passo. È in corso una revisione del portafoglio con la cessione di circa il 9% dei marchi su un totale di 70, privilegiando l’uscita da brand meno redditizi. Operazioni come la vendita di Cinzano, di Averna e di Zedda Piras mirano a due obiettivi: migliorare la profittabilità media e ridurre l’esposizione finanziaria. Le stime indicano ricavi potenziali per il 2026 intorno a 3,08 miliardi di euro, con un EBIT di 654 milioni e utili netti di circa 380 milioni, accompagnati da una graduale discesa del debito verso 2 miliardi.

Il ruolo di Lagfin e la solidità della cassaforte

Parallelamente, Lagfin continua a operare come una vera holding finanziaria internazionale, con 31 controllate e investimenti diversificati tra immobili, azioni, obbligazioni e fondi. Nel 2024 la holding disponeva di 153 milioni di euro in asset finanziari, oltre alla partecipazione in Campari iscritta a bilancio per 2,4 miliardi. Nonostante l’impegno a versare i 405 milioni concordati con il fisco, la struttura patrimoniale resta solida, sostenuta da utili ricorrenti che negli ultimi anni hanno oscillato tra 148 e 300 milioni di euro.