Il dossier sul tavolo del nuovo gruppo bancario
Il destino di Mediobanca è entrato in una fase decisiva all’interno del progetto di integrazione con Banca Monte dei Paschi di Siena. Il mercato continua a valutare come probabile l’ipotesi di delisting, sostenuta dall’amministratore delegato di Mps, LUIGI LOVAGLIO, ma all’interno del consiglio di amministrazione della banca senese resta forte una componente che guarda con favore al mantenimento di una forma di quotazione, almeno in una fase successiva.
La contrapposizione tra le due linee rischia di generare tensioni, proprio mentre il nuovo gruppo cerca di consolidare la credibilità conquistata presso gli investitori dopo la scalata a Piazzetta Cuccia.
Il nodo del flottante e il ruolo dei grandi soci
A pesare sul dibattito è soprattutto il tema del flottante, sceso sotto il 15% dopo che Mps ha superato la soglia dell’86% del capitale di Mediobanca. Tra i soci che spingono per una soluzione alternativa al delisting definitivo figura FRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE, favorevole a un ripristino di una quota significativa di azioni sul mercato.
Secondo questa impostazione, mantenere Mediobanca in Borsa consentirebbe di preservare la visibilità dell’istituto e di evitare un’operazione onerosa che, ai valori attuali, potrebbe richiedere tra 2,5 e 3 miliardi di euro per rilevare la parte residua del capitale.
L’idea di una nuova entità quotata
Tra le opzioni allo studio degli advisor emerge una possibile architettura a due livelli. In uno scenario, Mediobanca verrebbe inizialmente delistata e integrata con Mps; successivamente, alcune attività verrebbero conferite in una nuova società che potrebbe tornare sul mercato con il brand storico di Piazzetta Cuccia.
Questa nuova entità includerebbe:
- banca d’investimento,
- private banking e wealth management,
- la partecipazione del 13,2% in Generali.
In un secondo momento, la società potrebbe essere nuovamente quotata, garantendo liquidità agli investitori e allo stesso tempo permettendo a Mps di beneficiare delle sinergie industriali.
Sinergie industriali e obiettivi economici
Il piano di LUIGI LOVAGLIO prevede sinergie complessive per 700 milioni di euro, così suddivise:
- 300 milioni da ricavi,
- 300 milioni da riduzione dei costi,
- circa 100 milioni da minori oneri di raccolta.
L’uscita dal listino di Mediobanca renderebbe più agevole l’estrazione integrale di questi benefici, ma analisi indipendenti indicano che una parte rilevante delle sinergie, soprattutto lato ricavi, sarebbe comunque realizzabile anche senza fusione completa.
Il possibile tesoretto per il risiko bancario
Un altro argomento centrale riguarda le risorse finanziarie potenzialmente liberabili. Il ripristino di un flottante ampio su una nuova entità quotata potrebbe generare un incasso stimato tra 4,5 e 5 miliardi di euro.
A questo si sommerebbe il capitale in eccesso già presente nei forzieri di Mps: rispetto al target di CET1 al 14%, a fine terzo trimestre il surplus era pari a circa 2,5 miliardi di euro, cifra destinata a crescere grazie alla redditività dell’istituto e a una politica dei dividendi prudente.
Un arsenale di risorse che permetterebbe a Mps di partecipare da protagonista al nuovo ciclo di fusioni e acquisizioni bancarie, senza restare in posizione subordinata rispetto ai grandi competitor.
La questione degli impegni verso il mercato
Un punto spesso richiamato dal fronte contrario al delisting definitivo riguarda il prospetto dell’offerta su Mediobanca, nel quale non veniva esclusa la possibilità di mantenere la quotazione in presenza di una partecipazione compresa tra 66,67% e 90% del capitale.
Ciò significa che una scelta orientata al mantenimento o al ripristino della Borsa non rappresenterebbe una smentita degli impegni presi con gli investitori né con le autorità di vigilanza.
Integrazione come modello “plug-in”
Secondo diverse analisi, il matrimonio tra Mps e Mediobanca non nasce per sovrapposizione di attività, ma come complementarità di business. Mps rafforza l’area dell’investment banking e del wealth management, mentre Mediobanca beneficia di una base retail più ampia.
Questo modello “plug-in” consente di lavorare sull’ampliamento dell’offerta commerciale più che sulla chiusura di strutture, riducendo il rischio di distruzione di valore tipico delle integrazioni difensive.
Solidità patrimoniale e ritorni per gli azionisti
Anche senza fusione totale, il nuovo gruppo potrebbe garantire un rendimento da dividendo vicino al 10% e mantenere un CET1 superiore al 16%, livello considerato molto solido nel panorama europeo.
Questi numeri lasciano spazio sia a nuove operazioni straordinarie sia a ulteriori politiche di remunerazione degli azionisti.
