Pensione rinviata: cresce la previdenza integrativa

Lorenzo Bianchi

Un’Europa che allunga l’età lavorativa

Nel panorama europeo l’orientamento è ormai chiaro: l’uscita dal mercato del lavoro avviene sempre più tardi. GERMANIA, SPAGNA, REGNO UNITO e ITALIA collocano l’età di pensionamento ordinaria tra 66 e 67 anni, in linea con l’adeguamento all’aspettativa di vita. La Francia rappresenta un’eccezione politica più che strutturale, mentre il resto del continente ha già interiorizzato la necessità di un progressivo slittamento in avanti dell’età pensionabile.

In Italia, tuttavia, resta una distanza significativa tra norme formali e prassi effettiva: l’età media reale di uscita dal lavoro è poco superiore ai 61 anni per chi accede alla pensione anticipata e circa 64 anni considerando anche la vecchiaia. Una differenza generata da decenni di deroghe, finestre speciali e strumenti straordinari.

Un sistema segnato da flessibilità e deroghe

Negli anni il sistema previdenziale italiano ha accumulato una lunga serie di eccezioni: quote, scalini, salvaguardie, prepensionamenti. La pensione è stata spesso utilizzata come ammortizzatore sociale nelle crisi aziendali, favorendo uscite anticipate per ridurre gli esuberi.

Questa impostazione ha prodotto effetti duraturi. Un esempio emblematico sono i baby pensionati, che ancora oggi pesano sulla finanza pubblica per circa 4 miliardi di euro l’anno. Il risultato complessivo è un percorso di uscita complesso e poco prevedibile.

Il cardine resta il legame con la speranza di vita

Un passaggio chiave è rappresentato dalla riforma SACCONI-TREMONTI del 2010, che ha collegato automaticamente i requisiti pensionistici all’andamento dell’aspettativa di vita. Il principio è attuariale: più a lungo si vive, più a lungo si lavora, così da mantenere equilibrio tra contributi versati e anni di pensione erogata.

Fino al 2025 l’età per la pensione di vecchiaia è rimasta fissata a 67 anni. L’aggiornamento dei dati ISTAT avrebbe comportato un incremento immediato di tre mesi, ma il legislatore ha scelto una gradualità.

I nuovi requisiti dal 2026 al 2028

Per il 2026 non sono previste modifiche.
Nel 2027 i requisiti saliranno di un mese:

  • Vecchiaia: 67 anni e 1 mese
  • Pensione anticipata uomini: 42 anni e 11 mesi di contributi
  • Pensione anticipata donne: 41 anni e 11 mesi di contributi

Nel 2028 scatterà l’adeguamento completo di tre mesi:

  • Vecchiaia: 67 anni e 3 mesi
  • Anticipata uomini: 43 anni e 1 mese
  • Anticipata donne: 42 anni e 1 mese

Il costo stimato di questo rinvio degli adeguamenti automatici è pari a circa 1,5 miliardi di euro per lo Stato.

Stop alle principali vie di uscita anticipata

La LEGGE DI BILANCIO ha cancellato due strumenti utilizzati negli ultimi anni:

  • QUOTA 103, che consentiva il pensionamento con 62 anni di età e 41 di contributi
  • OPZIONE DONNA, che permetteva l’uscita a 61 anni con 35 anni di contributi per determinate categorie

Resta invece attiva fino al 31 dicembre 2026 l’APE SOCIALE, che consente l’accesso a 63 anni e 5 mesi per disoccupati, caregiver, invalidi gravi e lavoratori in mansioni particolarmente gravose.

Sono confermate anche le agevolazioni per i lavori usuranti.

Addio al “ponte” tra pensione pubblica e complementare

È stato eliminato il meccanismo che permetteva ai lavoratori con sistema contributivo puro di sommare i versamenti obbligatori con quelli accumulati nella previdenza complementare per anticipare l’uscita dal lavoro.

Questa scelta rafforza l’idea che i fondi pensione non siano più strumenti di anticipo, ma veicoli destinati soprattutto a integrare l’assegno futuro.

La spinta “gentile” verso i fondi pensione

Senza obblighi formali, il quadro normativo favorisce indirettamente l’adesione alla previdenza complementare. Con assegni pubblici destinati a essere più contenuti, il secondo pilastro diventa sempre più centrale per mantenere un tenore di vita adeguato dopo il pensionamento.

Tuttavia, la scelta del fondo e del profilo di investimento è cruciale.

Rendimenti e costi: il vero discrimine

Un fondo pensione con rendimenti modesti e costi elevati può rivelarsi meno conveniente rispetto alla semplice rivalutazione del TFR lasciato in azienda. Quest’ultimo cresce ogni anno dell’1,5% fisso più il 75% dell’inflazione, offrendo una protezione implicita contro l’aumento dei prezzi.

Negli ultimi anni alcuni comparti obbligazionari dei fondi hanno registrato performance deboli, mentre i comparti azionari hanno mostrato maggiore potenziale ma anche maggiore volatilità. La distanza tra un fondo ben gestito e uno inefficiente può tradursi, su un orizzonte di 30-35 anni, in differenze di capitale anche superiori al 30-40%.

Previdenza complementare come progetto di lungo periodo

Per risultare efficace, l’adesione ai fondi deve avvenire con anticipo e con una strategia coerente con l’età e la propensione al rischio. Nei primi anni di carriera può essere razionale puntare su comparti più dinamici, riducendo gradualmente l’esposizione al rischio avvicinandosi alla pensione.

La previdenza integrativa non è quindi una scorciatoia per smettere prima di lavorare, ma uno strumento per compensare un assegno pubblico destinato a essere più contenuto.