Social network sotto accusa per i rischi sui minori

Matteo Romano

Le principali piattaforme di social media sono al centro di una controversia giudiziaria negli Stati Uniti, dove viene messo in discussione il ruolo dei colossi tecnologici nella tutela della salute mentale di bambini e adolescenti. Un processo avviato in California punta a chiarire se aziende come Meta Platforms e Alphabet possano essere considerate responsabili per aver sviluppato applicazioni con meccanismi in grado di favorire comportamenti compulsivi tra i più giovani. L’esito del procedimento potrebbe avere conseguenze di ampia portata sull’intero settore digitale.

Un caso simbolo davanti ai tribunali americani

La causa è stata presentata da Kaley, una giovane di 20 anni, che sostiene di aver sviluppato una forma di dipendenza dai social network fin dall’infanzia. Secondo l’accusa, le piattaforme avrebbero adottato scelte progettuali mirate a stimolare un uso prolungato e ripetuto, con effetti negativi sul benessere psicologico degli utenti più vulnerabili. Nel mirino figurano in particolare Facebook, Instagram e YouTube, servizi di proprietà rispettivamente di Meta e Alphabet.

La ricorrente afferma che l’esposizione costante alle applicazioni avrebbe contribuito in modo significativo all’insorgere di depressione e di gravi difficoltà emotive. A sostegno della tesi, i legali hanno presentato documenti interni che, a loro dire, dimostrerebbero come le aziende fossero consapevoli dell’impatto potenzialmente dannoso di alcune funzionalità.

Le linee di difesa delle big tech

Le società chiamate in causa respingono ogni addebito. La strategia difensiva di Meta si concentra sul contesto personale della giovane, evidenziando una storia familiare complessa, segnata da conflitti e situazioni traumatiche precedenti all’utilizzo intensivo delle piattaforme. Secondo l’azienda, tali elementi renderebbero impossibile attribuire in modo diretto ai social network le problematiche denunciate.

Anche Alphabet nega che i propri servizi siano stati progettati con l’obiettivo di generare dipendenza. Le imprese sottolineano inoltre di aver introdotto, negli ultimi anni, strumenti di controllo parentale, limiti di tempo e funzioni per il benessere digitale.

Nel frattempo, alcune società inizialmente coinvolte, tra cui TikTok, hanno preferito raggiungere un accordo economico con la ricorrente prima dell’apertura del dibattimento, evitando così un confronto in aula.

Il nodo giuridico della responsabilità

La giudice Carolyn Kuhl, della Corte superiore di Los Angeles, ha chiarito che il procedimento non riguarda i contenuti pubblicati dagli utenti, bensì la struttura e il funzionamento delle piattaforme. In base alla normativa statunitense, le aziende internet beneficiano di ampie tutele rispetto ai materiali caricati da terzi. Tuttavia, l’azione legale mira a dimostrare una possibile negligenza nella progettazione e una carenza di avvertenze sui rischi.

Se la giuria dovesse riconoscere la responsabilità delle società, potrebbero essere concessi risarcimenti per danni e sanzioni punitive, aprendo la strada a una nuova stagione di contenziosi. Solo in California sono pendenti migliaia di cause analoghe, mentre a livello federale risultano oltre 2.300 procedimenti promossi da genitori, scuole e autorità pubbliche.

Implicazioni per il futuro delle piattaforme

Il caso è osservato con attenzione anche dai legislatori, che da tempo valutano un rafforzamento delle regole sulla protezione dei minori online. Un verdetto sfavorevole alle big tech potrebbe accelerare l’introduzione di standard più stringenti su design, algoritmi e trasparenza.

Al centro del dibattito rimane l’equilibrio tra innovazione digitale e responsabilità sociale. La questione non riguarda soltanto un singolo processo, ma il modello stesso con cui vengono sviluppate e gestite le principali piattaforme di comunicazione globale.