Eurobond e futuro UE: la sfida del debito comune

Matteo Romano

L’Unione Europea si trova di fronte a una fase di profonda trasformazione geopolitica ed economica. Le tensioni internazionali, il mutamento degli equilibri con gli Stati Uniti e la crescente competizione globale impongono una riflessione sul modello di finanziamento degli investimenti strategici europei. In questo contesto, il tema degli eurobond torna al centro del dibattito come possibile strumento per rafforzare autonomia, competitività e coesione dell’area euro.

Un contesto internazionale sempre più instabile

Negli ultimi mesi sono emersi segnali evidenti di un cambiamento nel rapporto tra Europa e Stati Uniti. Dichiarazioni provenienti dalla leadership tedesca, tra cui quelle del cancelliere Friedrich Merz, hanno evidenziato come l’affidamento automatico alla protezione americana non possa più essere considerato scontato. L’Alleanza atlantica resta un pilastro fondamentale, ma il quadro suggerisce una progressiva evoluzione verso una maggiore responsabilità europea in ambito militare, industriale e tecnologico. Questa evoluzione implica un’esigenza chiara: disporre di risorse finanziarie adeguate per sostenere politiche comuni di ampio respiro.

Il fabbisogno di investimenti europei

Secondo le stime elaborate nel 2024 da Mario Draghi, l’Unione Europea necessita di circa 800 miliardi di euro all’anno per colmare il divario in termini di competitività, innovazione e transizione energetica. Nel corso del 2025, includendo stabilmente la spesa per la difesa, il fabbisogno complessivo è stato rivisto al rialzo fino a 1.200 miliardi di euro annui. Queste cifre delineano un salto dimensionale che difficilmente può essere sostenuto dai soli bilanci nazionali, soprattutto in un’area caratterizzata da livelli di debito pubblico molto differenti tra i Paesi membri.

Il limite dei soli bilanci nazionali

Gli Stati Uniti hanno potuto attivare programmi di stimolo di ampia portata grazie all’esistenza di un vero bilancio federale, capace di mobilitare centinaia di miliardi in tempi rapidi. L’Europa, al contrario, resta vincolata a un sistema in cui le decisioni devono essere concordate tra 27 governi, con margini fiscali molto eterogenei. Il risultato è una frammentazione delle politiche industriali: i Paesi con maggiore spazio di bilancio possono sostenere massicciamente le proprie imprese, mentre altri rischiano di rimanere indietro.

La posizione della Germania e il nodo politico

La Germania stima per la sola transizione climatica un fabbisogno superiore a 13.000 miliardi di euro entro il 2050. Berlino ha avviato programmi nazionali di sostegno e fondi dedicati, mantenendo però una forte contrarietà all’idea di rendere strutturale il debito comune europeo. La resistenza non è soltanto economica, ma anche politica: un ampio ricorso agli eurobond comporterebbe una redistribuzione del potere decisionale e una riduzione dei vantaggi competitivi derivanti dal maggiore spazio fiscale tedesco.

Il precedente del Next Generation EU

L’esperienza del Next Generation EU, varato per affrontare la crisi pandemica, ha dimostrato che il debito comune può funzionare. L’Unione ha emesso titoli condivisi, i mercati hanno risposto positivamente e i tassi sono rimasti su livelli sostenibili. Per la prima volta, l’Europa ha agito come soggetto unitario sul piano finanziario. Questo precedente viene spesso citato come prova che un meccanismo strutturale di eurobond potrebbe rappresentare una soluzione praticabile.

L’interesse strategico dell’Italia

Per un Paese con un elevato debito pubblico come l’Italia, la possibilità di accedere a strumenti comuni di finanziamento non rappresenta una richiesta di assistenza, ma una scelta di convenienza strategica. Gli eurobond consentirebbero di ridurre il costo medio del debito, ampliare lo spazio per investimenti in tecnologia, energia e difesa e limitare la pressione sui conti pubblici nazionali. Senza un meccanismo comune, il rischio è che si crei un’Europa a più velocità, con Stati in grado di sostenere politiche industriali aggressive e altri costretti a rincorrere.

Mercato dei capitali e sovranità europea

La creazione di un titolo europeo di riferimento favorirebbe anche l’integrazione del mercato dei capitali, rafforzando l’euro come valuta internazionale e aumentando l’attrattività dell’area per gli investitori globali. Senza questo passo, l’Unione rischia di restare un gigante regolatorio privo di una reale forza geopolitica.

Verso un nuovo equilibrio transatlantico

Il rapporto con Washington non è destinato a rompersi, ma a trasformarsi. L’Europa dovrà assumere un ruolo più attivo nella propria sicurezza e nel proprio sviluppo economico. Questa responsabilità richiede strumenti finanziari adeguati e una capacità fiscale condivisa.