Meta investe 100 miliardi nell’IA

Sofia Esposito

Timori di bolla e scosse a Wall Street

Nelle ultime settimane i mercati finanziari statunitensi hanno mostrato una crescente nervosità legata al settore dell’intelligenza artificiale. Un rapporto diffuso sui social da Critini Research ha ipotizzato uno scenario al 2028 caratterizzato da un impatto recessivo dell’IA sull’economia reale, con una disoccupazione superiore al 10% tra i lavoratori impiegatizi e una contrazione dei consumi.

Secondo tale visione, l’automazione avanzata potrebbe colpire comparti come consegne a domicilio, pagamenti digitali e servizi finanziari, fino a incidere sul mercato immobiliare, dove l’analisi algoritmica dei dati storici renderebbe marginale il ruolo degli intermediari tradizionali.

Sebbene il documento non provenga da fonti istituzionali consolidate, la sua circolazione ha alimentato vendite diffuse in Borsa. In una sola seduta, Ibm ha registrato un ribasso del 13%, il calo giornaliero più marcato dal 2000. Anche titoli come DoorDash, American Express, Kkr e Blackstone hanno perso oltre il 6%, mentre Uber, Mastercard e Visa hanno ceduto più del 4%.

Il mercato ha reagito con estrema sensibilità a uno scenario prospettico, amplificando il timore di una possibile sopravvalutazione del comparto tecnologico.

L’offensiva strategica di Meta

In questo contesto di incertezza, Meta Platforms ha adottato una strategia diametralmente opposta rispetto al clima di prudenza dominante. Il gruppo guidato da Mark Zuckerberg ha annunciato un piano di investimenti per 100 miliardi di dollari focalizzato sull’intelligenza artificiale.

L’operazione prevede un accordo di lungo periodo con Advanced Micro Devices (Amd), con l’obiettivo di rafforzare l’infrastruttura hardware necessaria allo sviluppo di modelli avanzati. Meta acquisirà una partecipazione del 10% in Amd e garantirà l’accesso a circa 6 gigawatt di potenza di calcolo, un volume energetico comparabile ai consumi di milioni di abitazioni.

Non si tratta di una semplice fornitura tecnologica, ma di un consolidamento strategico volto a presidiare l’intera filiera computazionale, dalla progettazione dei chip alla gestione dei data center.

Infrastrutture e potenza computazionale

La competizione globale sull’intelligenza artificiale si gioca sempre più sulla disponibilità di capacità di calcolo e di energia. L’espansione dei modelli generativi, dei sistemi di apprendimento automatico e delle applicazioni industriali richiede infrastrutture di dimensioni crescenti.

L’accordo tra Meta e Amd mira a garantire una fornitura stabile e scalabile di semiconduttori ad alte prestazioni, riducendo la dipendenza da fornitori esterni e assicurando maggiore controllo sulla roadmap tecnologica.

L’impegno da 100 miliardi di dollari rappresenta una delle operazioni più rilevanti mai annunciate nel settore, con un valore paragonabile al prodotto interno lordo di alcuni Stati di medie dimensioni. La scelta evidenzia la volontà di Meta di rafforzare la propria posizione nella corsa globale all’IA, competendo con altri colossi tecnologici impegnati nello sviluppo di piattaforme proprietarie.

Mercati divisi tra cautela e visione di lungo periodo

Il contrasto tra la reazione dei mercati e la strategia aziendale è evidente. Da un lato, parte degli investitori teme che l’automazione possa comprimere il reddito disponibile e quindi la domanda di beni e servizi. Dall’altro, le grandi aziende tecnologiche continuano a destinare capitali significativi allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, considerandola un fattore di crescita strutturale.

L’episodio mostra come le valutazioni di breve periodo possano divergere dalle strategie industriali di lungo termine. Mentre le oscillazioni di Borsa riflettono incertezze immediate, i grandi operatori del settore stanno costruendo infrastrutture destinate a sostenere l’economia digitale dei prossimi anni.

L’evoluzione del mercato dipenderà dalla capacità dell’IA di generare nuovi modelli di business, incrementare la produttività e creare valore aggiunto, compensando eventuali effetti redistributivi sull’occupazione tradizionale.