Social e minori, Meta davanti alla giustizia Usa

Francesca Vitali

Un processo che può ridefinire le responsabilità delle Big Tech

Negli Stati Uniti si apre un procedimento giudiziario destinato ad avere un impatto profondo sul settore dei social media. Meta Platforms, il gruppo che controlla Facebook e Instagram, è chiamato a rispondere in tribunale delle accuse relative ai presunti effetti dannosi delle proprie piattaforme sulla salute mentale dei minori. Al centro dell’attenzione figura Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato del gruppo, convocato per un interrogatorio che inaugura un processo con giuria presso un tribunale di Los Angeles.

L’obiettivo dell’azione legale è stabilire se i social network possano generare meccanismi di dipendenza nei giovani utenti e se le aziende tecnologiche fossero consapevoli di tali rischi senza intervenire in modo adeguato. L’esito potrebbe aprire un nuovo capitolo nella regolamentazione delle piattaforme digitali.

Le accuse: profitti prima della tutela dei giovani

La causa è stata avviata da una donna californiana che afferma di aver iniziato a utilizzare Instagram e YouTube in età infantile, sviluppando nel tempo gravi problemi di salute mentale. Secondo l’impianto accusatorio, le società coinvolte avrebbero deliberatamente favorito l’utilizzo intensivo delle app da parte dei minori, nonostante fossero a conoscenza dei potenziali effetti negativi.

La ricorrente sostiene che l’esposizione prolungata ai contenuti e alle dinamiche delle piattaforme abbia contribuito ad aggravare depressione, ansia e pensieri autolesionistici, chiedendo che le aziende siano ritenute responsabili per i danni subiti. In caso di condanna, Meta potrebbe essere obbligata a corrispondere risarcimenti significativi.

I documenti interni e la consapevolezza aziendale

Uno dei punti chiave del processo riguarda i cosiddetti Facebook Files, una serie di documenti interni emersi nel 2021 che mostrerebbero come i vertici del gruppo fossero a conoscenza delle criticità legate all’uso di Instagram da parte degli adolescenti, in particolare sul fronte dell’immagine corporea e dell’autostima.

Secondo l’accusa, tali studi interni evidenziavano che alcune funzionalità dell’app potevano accentuare sentimenti di inadeguatezza tra le ragazze più giovani. Nonostante ciò, l’azienda avrebbe evitato modifiche strutturali alle piattaforme per non compromettere i livelli di engagement, elemento centrale del modello di business basato sulla pubblicità.

La linea difensiva di Meta e delle altre piattaforme

Meta respinge le accuse, sostenendo che la ricerca scientifica sul legame tra social media e disturbi mentali non fornisce conclusioni univoche. Secondo l’azienda, la presenza di una correlazione statistica non dimostrerebbe automaticamente un rapporto di causa-effetto.

Il gruppo ribadisce inoltre di aver introdotto strumenti di controllo parentale, limiti di età e sistemi di segnalazione dei contenuti, affermando di investire da anni nella sicurezza degli utenti più giovani. Posizioni analoghe sono state espresse anche da altre Big Tech, tra cui Google e ByteDance, coinvolte in procedimenti simili.

Un contesto internazionale sempre più restrittivo

Il caso statunitense si inserisce in un quadro globale di crescente attenzione verso l’uso dei social da parte dei minori. Diversi Paesi hanno avviato o già implementato misure restrittive.

In Australia e Spagna sono stati introdotti divieti di accesso ai social per gli under 16, mentre negli Stati Uniti lo Stato della Florida ha vietato alle piattaforme di consentire l’iscrizione ai minori di 14 anni, con limiti ulteriori per la fascia 14-15. Tali normative sono fortemente contestate dalle aziende tecnologiche, che le considerano eccessive e potenzialmente in contrasto con la libertà di espressione.

Un precedente che può cambiare il settore

Il processo di Los Angeles è osservato con grande attenzione perché potrebbe diventare un precedente per migliaia di cause pendenti negli Stati Uniti. Una decisione favorevole alla ricorrente aprirebbe la strada a una possibile class action su larga scala, con conseguenze economiche e operative rilevanti.

Tra gli scenari ipotizzati vi è l’obbligo per le piattaforme di modificare gli algoritmi di raccomandazione per gli utenti sotto i 18 anni, limitando i contenuti considerati potenzialmente nocivi e riducendo i meccanismi che incentivano l’uso prolungato delle app.

Il ruolo centrale di Zuckerberg nel dibattimento

Durante il procedimento, Mark Zuckerberg dovrebbe essere chiamato a rispondere su studi interni, email e discussioni aziendali relative agli effetti di Instagram sui più giovani. La sua testimonianza rappresenta uno snodo cruciale per chiarire il livello di consapevolezza del management e le decisioni strategiche adottate negli ultimi anni.

Il caso non riguarda soltanto Meta, ma l’intero modello economico dei social media, basato sulla massimizzazione del tempo trascorso online. La giustizia statunitense è chiamata a stabilire se questo modello possa essere compatibile con una reale tutela dei minori.